lunedì 29 novembre 2010
domenica 21 novembre 2010
Uccello in gabbia canta per amore?
Ciccio Er Parola era intento a ripulirsi il
tartaro dai denti e il suo sguardo vagava, di là delle sbarre, verso
l’orizzonte di antenne: lo stuzzicadenti era quasi fradicio, logorato
dall’uso. Tom Timoteo stava
incidendo la buccia di un mandarancio con l’aiuto di una linguetta di SevenUp,
facendo attenzione a non dare troppo nell’occhio.
Annibale Mai giocava a backgammon, da solo.
Giosuè, al suo primo giorno, se ne stava seduto
in un angolo, zitto e buono come una novizia in chiesa che vuol far bella figura
con la badessa, vanità di vanità; si sentiva impacciato come mai in vita sua,
era nervoso e aveva sete ma non osava chiedere nulla per paura che una sua
frase diventasse il pretesto per innescare una discussione con quegli uomini.
Era tutto un equivoco.
Si stava facendo ora di cena. Il secondino col
carrello già avanzava nel corridoio del braccio T sezione nove del carcere di
massima sicurezza “Cesare Beccaria”. Il menù, a giudicare dall’odore che
invadeva l’aria ogni volta che il coperchio a tenuta stagna veniva sollevato,
quel pomeriggio prevedeva merluzzo al limone e cavoletti di bruxelles, bolliti,
senz’olio. Pane a volontà. Annusando più attentamente l’aria, si rilevavano
tracce di prezzemolo, ma poche.
Giosuè stava seduto sul bordo del letto, in silenzio.
Era senz’altro un equivoco. Non c’era alcun dubbio. Non era il caso quindi di
offrire il fianco alle provocazioni di quegli avanzi di galera. Anche
l’avvocato era stato chiaro: gli inquirenti non avevano in mano un cazzo. Non
c’era verso di uscire su cauzione. L’udienza preliminare era fissata per il
mercoledì successivo. Era sabato. Mancava poco: per l’avvocato, per Giosuè
mancava un’eternità.
Giovedì contava i minuti. Venerdì non si dava
pace. Sabato era oggi.
I poliziotti erano venuti ad arrestarlo alle
sette di mattina. Non aveva potuto neppure accendere la piastra elettrica sotto
la caffettiera, preparata la sera prima, come d’abitudine. I poliziotti erano
stati inflessibili. Giosuè aveva solo quindici minuti per lavarsi la faccia e
mettersi addosso qualcosa di comodo. Una tuta, consigliavano i poliziotti.
Giosuè che in tuta non era mai andato neppure in palestra - non essendoci tra
l’altro mai neppure andato - aveva optato per un jeans a sigaretta color grigio
topo e un cardigan di lana, grigio perla. Tra i due, una maglietta di cotone
color rosa antico, stampata a fiorellini. Adesso il jeans si era rivelato
troppo stretto, il cardigan pungente e la fantasia della t-shirt a dir poco
oltraggiosa della prepotente mascolinità dei compagni di cella, dei quali uno,
Er Parola, lo puntava con l’intenzione. La doccia in carcere si faceva la
domenica, incrociamo le dita.
Alle nove erano già state assolte tutte le
formalità e gli effetti personali presi in consegna, assieme ai lacci delle
scarpe e ai bottoni del cardigan – per precauzione, contro il rischio di un
intenzionale soffocamento. Per lo stesso motivo, nel carcere di massima
sicurezza “Cesare Beccaria” si servivano, per frutta solo pesche snocciolate,
mandaranci e uva o, al limite, purea di mele.
Alle nove e venticinque, percorso il breve tratto
di corridoio che univa l’area amministrativa ai locali di detenzione vera e
propria e attraversato il piccolo cortile interno fino al portone del braccio T
e oltrepassate otto porte a sbarre fino a quella della sezione nove, Giosuè
aveva detto addio alla sua libertà e piacere di conoscerti ai tre loschi figuri
con cui avrebbe – per poco – diviso una cella quattro metri per tre: Ciccio Er
Parola lo aveva guardato con l’intenzione; Tom Timoteo gli aveva stretto la
mano frettolosamente; quanto ad Annibale Mai, nemmeno s’era alzato a
presentarsi: intento com’era a giocare a backgammon, da solo.
Giovedì l’aveva trascorso a guardare l’orologio.
Venerdì, tutto il giorno, non aveva fatto altro che ripetersi che non stava
accadendo a lui. Sabato, cioè oggi, cominciava a domandarsi se fosse il caso di
cominciare a fraternizzare, non fosse altro che per raccogliere materiali.
Chissà che non ci uscisse un bello spunto per lavorare a una nuova
sceneggiatura. Almeno quello.venerdì 19 novembre 2010
Paola Caruso, ovvero, viva il lieto fine!
La
vicenda di Paola Caruso si è conclusa con un finale felice, per una volta: le
vittorie, un ripristino delle condizioni di salute dalla giornalista (che è la
cosa più importante, in assoluto) e un incontro chiarificatore con la redazione
del Corriere, dal quale, credo di aver capito, potrebbe essere uscito un
contratto. Ma al cinico popolo di Internet, pare, i finali a lieto fine non
piacciono. Forse ci si attendeva l’ennesima martire, o forse il significato
della parola “chiarificatore” del distico “incontro chiarificatore” viene
associato con un vago senso di sconfitta o di resa, come se confrontarsi con “l’avversario”
sia un errore da esseri spurii, di per sé. E poiché a dare giudizi scevri di
ragionamento, “di panza”, per usare un francesismo, siamo buoni tutti, vorrei
provare a condividere qualche riflessione.
1)
Già a poche ore dall'inizio dello sciopero della fame di Paola, i blog e i
social network pullulavano di gufi: gente che, dopo nemmeno POCHE ORE, era
stufa di sentir parlare di quella vicenda, argomentando che chi se ne
interessava erano “pecoroni” ignari di ciò che facevano. Ma perché? Se leggo su
Internet che c'è una giornalista (una GIORNALISTA) in sciopero della fame,
tanto che l'indomani ne hanno parlato anche le agenzie, di quali altre autorevoli
fonti ho bisogno, prima di condividerla? Mah.
2)
Dal momento che la vita si svolge anche FUORI INTERNET, nel giro di pochi
giorni, molte cose si sono mosse, soprattutto nei dintorni di Milano, credo;
per esempio, Paola è stata invitata a partecipare a tavole rotonde, che sono un
modo perfetto per discutere di un problema, mi pare, no? Uno parla, si
confronta, impara cose che non sapeva, torna a casa con delle opinioni. Non so
cosa sia, né chi ci sia dietro, ma anche L'ALG (Associazione Lombarda dei
Giornalisti) ha invitato la Caruso a prendere parte a future iniziative.
3)
Da un punto di vista strettamente “contrattuale”: ammesso che sia vero che la
Caruso ha ottenuto un contratto, in che modo la vicenda avrebbe dovuto
concludersi, se non in modo individuale? Forse che lei avrebbe potuto stilare
un elenco di probi/ae viri/puellae e proporlo all'attenzione De Bortoli? O,
meglio, PER PRINCIPIO, avrebbe dovuto rifiutare una proposta di contratto (così
si sarebbe conservata casta e pura!) e da morta di fame la sua voce sarebbe
stata più autorevole?
4)
Strettamente connesso al primo, non è che siamo allenati, anzi, ASSUEFATTI a
forme di protesta perdenti in partenza, così che appena incontriamo battaglie
che vanno a buon fine la nostra insopprimibile richiesta di lamentele è,
inevitabilmente, frustrata e noi ci sentiamo comunque insoddisfatti? Perché uno
per diventare un simbolo (anche temporaneo) deve essere necessariamente morto?
Forse perché morendo ci sottraiamo al peso di sostenere, coi nostri discorsi e
le nostre azioni, le altrui attese? Avrebbe forse Paola dovuto rifiutare
il cibo sino alla morte? Forse sì, dal un punto di vista “purista”, e vengo
all'ultimo punto,
5)
MORENDO, Paola avrebbe attivato i giornali?! Quella sì che sarebbe stata una
notizia degna di nota (Nessuna scrivania avrebbe potuto fingere di non aver
ricevuto il take, perché se ne sarebbe parlato dalle Alpi alle Piramidi). Ma
che sacrificio inutile! Dal momento che, tempo due ore e ci siamo già
dimenticati di premier che vanno a mignotte (Vedi sistema Italia) e
ex-presidenti di regione condannati per mafia (Vedi sistema Sicilia)!
Allora,
scusate, sento puzza di supponenza promanare da tutti quelli che in queste ore reagiscono
con travaglio alla notizia di un lieto fine: ed è la supponenza, tipica dei
settori culturali, che consente ai grandi gruppi di assumere in partenza una
posizione dominante rispetto ai singoli individui. In altre parole, non siamo
capaci di fare gruppo (come fanno i metalmeccanici o i raccoglitori di pomodori,
per dire) perché siamo troppo impegnati a ritenerci migliori degli altri. Insomma,
è il narcisismo culturale che ci impedisce di essere forti, perché chi è
narciso è anche snob e autocelebrato e chi è autocelebrato, spesso, se ne infischia degli altri e di
conseguenza è anche solo, e ricattabile.
Un’ultima
cosa, adesso che tutto è finito bene: bisogna fare in modo che questa
esperienza non rimanga isolata, perché il finale sia davvero lieto. Bisogna
condividere quello che abbiamo imparato e fare gruppo. E per fare gruppo non è
detto che serva sempre uno sciopero della fame. Quando vuoi, Paola incontriamoci
in osteria!
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